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9.05.2014

Every Week is Fashion Week #1

Il periodo delle Fashion Week è ufficialmente iniziato, così come la corsa all'outfit più ricercato della stagione. Ma è davvero necessario attendere le FW (e gli inviti dei designer alle loro sfilate) per poter sfoggiare look con un twist in più? River Island, nota azienda britannica di abbiglianto low cost, ha detto di no, lanciando l'hashtag #EveryWeekIsFashionWeek. Hashtag che è stato stampato a caratteri cubitali anche sulla loro t-shirt limited edition che ho utilizzato per creare il primo di sette outfit all'ultimo grido, uno per ogni giorno della settimana. Voi quale preferite?


Smart chic: T-shirt: River Island || iPhone 5 twin-set cases: Asos || Bag: Zara || Pants: River Island || Coat: River Island || Ear cuff: Love Rocks via Asos || Blazer: Topshop || Shoes: Fornarina.

Un outfit che è quasi una divisa da ufficio: il cappotto in Principe di Galles dona un'eleganza senza tempo, mentre le righe arancio e rosa aggiungono un tocco di modernità; la city bag bianca è il must di stagione e i dettagli dorati rendono l'intero look adatto ad ogni momento della giornata.

10.30.2013

“If I had a world of my own, everything would be nonsense”


“But I don’t want to go among mad people,” Alice remarked.
“Oh, you can’t help that,” said the Cat: “we’re all mad here. I’m mad. You’re mad.”
“How do you know I’m mad?” said Alice.
“You must be,” said the Cat, “or you wouldn’t have come here.”

I was searching for new clothing brands online when I found Alice’s Pig. The name and the logo were super cute, so I decided to browse their Fall 2013 collection, which comes from an “Alice in Wonderland” crazy vintage inspired world, where everyone is mad and everything is nonsense. I fell in love at first sight with so many garments, especially with the “Django” tartan skirt, the “Harlequin” dress, the “Husband’s” trousers, the “Granny” blouse and the “Urban Nightmare” dress – which is featured in this post. At the beginning I thought the dress was white or light baby blue, but it turned out to be mint green with pink jacquard dots. Definitely one of the cutest peter-pan-collar-peplum-pencil-dress I’ve ever seen! And I already had the perfect matching headband (very Alice and very Wonderland). I couldn’t ask for more!


Ma io non voglio finire fra i matti,” osservò Alice.
“Beh, non hai altra scelta,” disse il Gatto: “qui siamo tutti matti. Io sono matto. Tu sei matta.”
“Come lo sai che sono matta?” disse Alice.
“Devi esserlo per forza,” disse il Gatto, “altrimenti non saresti venuta qui.”

Navigando in internet alla ricerca di nuovi brand, mi sono imbattuta in Alice’s Pig. Il nome e il logo erano talmente carini che ho deciso di dare un’occhiata alla loro collezione A/I 2013, che si rifà a un mondo pazzamente vintage ispirato alle storie di “Alice nel Paese delle Meraviglie”, un mondo dove tutti sono fuori di testa e dove ogni cosa è un nonsense. È stato amore a prima vista con molti capi, specialmente con la gonna tartan “Django”, l’abito “Harlequin”, gli “Husband’s trousers” a righe, la “Granny blouse” e l’abito “Urban Nightmare” – ovvero quello presentato in questo post. All’inizio pensavo che fosse bianco o di una tonalità molto pallida di celeste, ma ho scoperto che in realtà era verde menta con pois rosa jacquardati. Insomma, uno degli abiti a tubino (completi di peter pan collar e peplum in vita) più carini che io abbia mai visto! Per di più avevo già un cerchietto in perfetto stile “Alice” e che richiamava molto il “Paese delle Meraviglie”. Non potevo chiedere di meglio!



Special thanks to Mara, my lovely guest model. I made the animal drawings.

Headband: Dolly Darling || Peplum dress: thanks to Alice's Pig || Socks: H&M || Sandals: Prada.

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4.12.2013

INTERVISTA ALL'AUTORE #2: KillerQueen


Dopo la prima “puntata” di questa rubrica, è arrivato il momento di presentarvi KillerQueen, il romanzo d’esordio di Viola Lodato, un’autrice che racchiude in sé tre facce di una stessa medaglia:  è una promettente scrittrice, un’ottima amica e una collega.
Ok, forse collega non è la parola più adatta in questo caso: Viola ed io, in effetti, abbiamo scritto qualcosa insieme, ma per quanto riguarda KillerQueen io sono stata semplicemente la mano che ha realizzato il disegno che lei aveva immaginato come copertina del libro!
Per il retro invece ho avuto carta bianca e, vista la natura umoristica del romanzo, ho deciso di puntare su una scenetta comica che mettesse in risalto gli aspetti caratteriali più evidenti dei tre co-protagonisti: Edmund, Alexander e Desmond.

Titolo: KillerQueenAutore: Viola Lodato.
Disegni di copertina: Virna Gambini.
CIESSE Edizioni, collana "Smile". Genere umoristico, 128 pagine.
ISBN Libro: 978-88-6660-082-4 || ISBN eBook: 978-88-6660-083-1
Disponibile qui: 
http://www.ciessedizioni.it/killerqueen/

Ma veniamo ora alla (brevissima) biografia dell'autrice, Viola Lodato:

12.03.2012

INTERVISTA ALL'AUTORE #1: Dante era uno scrittore Fantasy

Padre della lingua, “primo” grande autore della letteratura italiana, protagonista di pieces teatrali e musical, mezzo di diffusione della cultura e banco di prova nelle scuole di tutta Italia.
Dante, oggi, detiene il primato assoluto della cultura, lo si osanna come fosse il preziosissimo diamante da venti carati che campeggia al centro di una corona in oro massiccio (la produzione letteraria nazionale) e tempestata di gemme d’ogni forma e colore (gli autori, del passato e recenti): non si è uomini di cultura se non si conoscono almeno una decina di canti dell’Inferno, 5-6 brani estratti dal Purgatorio e un paio dal Paradiso. Non si può non far sfoggio della propria cultura se non correggendo in “non ragioniam di loro” la frase (ormai abusata) che recita: “non ti curar di loro, ma guarda e passa”. Non può la cultura dello studente medio non comprendere alcuni dei canti più celebri, quelli che narrano di grandi personaggi (da Virgilio a Farinata, da Lucifero a San Francesco e così via). Non si dimostra interesse per la cultura se non commuovendosi nell’ascoltare la lettura che Benigni dà della Commedia, nonché chiamandola Commedia (senza il Divina all’inizio). Non si può non riconoscere che Dante equivalga in tutto e per tutto cultura.
Dante è cultura. Ma quale cultura?
Quella ufficiale. Forse anche troppo ufficiale, perché lo studio “ufficiale” che se ne fa è ormai davvero ristretto e standardizzato. Dubito infatti che il commento a piè di pagina redatto da critici più o meno influenti possa essere sufficiente a spiegare un’opera tanto complessa e immaginifica.
A questo proposito... Leggendo il testo di Dante, vi è mai capitato di porvi una domanda a cui il suddetto commento abbia dato una soluzione solo superficiale o a cui non abbia proprio risposto? A me sì.
Sono dunque andata spesso alla ricerca di testi esterni alla Commedia, che si ponessero i miei stessi interrogativi e che tentassero di scioglierli anche quando i canali principali avevano passato il problema (grande – più raramente – o infinitamente microscopico) sotto silenzio.
Purtroppo, però, anche questo genere di testi ha una pecca, dato che gli autori si dividono in due categorie tra le quali intercorre una sottilissima (e non sempre facile da riconoscere) differenza: gli uni sono appassionati competenti, gli altri intenditori improvvisati o, in parole povere, ciarlatani.
I ciarlatani, a loro volta, si dividono in due gruppi: quelli che non hanno la minima idea di cosa voglia dire scrivere per un pubblico e quelli che invece lo sanno fin troppo bene, tanto da sfruttare le loro capacità meramente espressive per mascherare la totale assenza di contenuti. E mentre i primi sono facili da riconoscere ed evitare, i secondi sono più insidiosi e infidi.
Ebbene, quando ho notato in copertina il profilo dell’uomo dotato di lunghi canini acuminati e l’associazione tra il nome di Dante e il genere Fantasy, la mia attenzione è stata subito catturata ma i miei “sensi di ragno” era ben attivi (non è passato tanto tempo dall’ultima volta che un ciarlatano dei commenti mi aveva fregato inducendomi a comprare un volumetto sulla Maga Circe che si è poi rivelato un semplice spreco di soldi e carta per stampare).
Dario DHR Rivarossa. GuardaStelle Edizioni 2012 (guardastelled@libero.it).
Impaginazione e grafica di Leonardo Zaffera. Editing a cura di Elisa Papi.




10.27.2012

L'Inferno di Dante: il Canto V (parte III)

Edward Charles Hallé - Francesca da Rimini
Testo (vv.88-142)

“O animal grazïoso e benigno
che visitando vai per l’aere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno,
se fosse amico il re de l’universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi c’ hai pietà del nostro mal perverso.
Di quel che udire e che parlar vi piace,
noi udiremo e parleremo a voi,
mentre che ’l vento, come fa, ci tace.
Siede la terra dove nata fui
su la marina dove ’l Po discende
per aver pace co’ seguaci sui.
Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende.
Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.
Amor condusse noi ad una morte.
Caina attende chi a vita ci spense".
Queste parole da lor ci fuor porte.
Quand’io intesi quell’anime offense,
china’ il viso, e tanto il tenni basso,
fin che ’l poeta mi disse: "Che pense?".
Quando rispuosi, cominciai: "Oh lasso,
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso passo!".
Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,
e cominciai: "Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.
Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,
a che e come concedette amore
che conosceste i dubbiosi disiri?.
E quella a me: "Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa 'l tuo dottore.
Ma s’a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.
Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.
Per più fïate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.
Quando leggemmo il disïato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante".
Mentre che l'uno spirto questo disse,
l'altro piangëa; sì che di pietade
io venni men così com'io morisse.
E caddi come corpo morto cade.


10.18.2012

L'Inferno di Dante: il Canto V (parte II)

Paolo e Francesca - Edward Charles Hallé
Testo (vv.40-87)
E come li stornei ne portan l’ali
nel freddo tempo, a schiera larga e piena,
così quel fiato li spiriti mali
di qua, di là, di giù, di sù li mena;
nulla speranza li conforta mai,
non che di posa, ma di minor pena.
E come i gru van cantando lor lai,
faccendo in aere di sé lunga riga,
così vid’io venir, traendo guai,
ombre portate da la detta briga;
per ch’i’ dissi: "Maestro, chi son quelle
genti che l’aura nera sì gastiga?".
"La prima di color di cui novelle
tu vuo' saper", mi disse quelli allotta,
"fu imperadrice di molte favelle.
A vizio di lussuria fu sì rotta,
che libito fé licito in sua legge,
per tòrre il biasmo in che era condotta.
Ell’è Semiramìs, di cui si legge
che succedette a Nino e fu sua sposa:
tenne la terra che ’l Soldan corregge.
L’altra è colei che s’ancise amorosa,
e ruppe fede al cener di Sicheo;
poi è Cleopatràs lussurïosa.
Elena vedi, per cui tanto reo
tempo si volse, e vedi ’l grande Achille,
che con amore al fine combatteo.
Vedi Parìs, Tristano"; e più di mille
ombre mostrommi e nominommi a dito,
ch’amor di nostra vita dipartille.
Poscia ch’io ebbi ’l mio dottore udito
nomar le donne antiche e ’ cavalieri,
pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.
I’ cominciai: "Poeta, volontieri
parlerei a quei due che ’nsieme vanno,
e paion sì al vento esser leggeri".
Ed elli a me: "Vedrai quando saranno
più presso a noi; e tu allor li priega
per quello amor che i mena, ed ei verranno".
Sì tosto come il vento a noi li piega,
mossi la voce: "O anime affannate,
venite a noi parlar, s’altri nol niega!".
Quali colombe dal disio chiamate
con l’ali alzate e ferme al dolce nido
vegnon per l’aere, dal voler portate;
cotali uscir de la schiera ov’è Dido,
a noi venendo per l’aere maligno,
sì forte fu l’affettüoso grido.

Paolo e Francesca sorpresi da Giangiotto - Jean-Auguste-Dominique Ingres (1845)

10.15.2012

L'Inferno di Dante: il Canto V (parte I)

I lussuriosi - William Blake (1824-1827)
Pen, inchiostro e acquerello. 374x530mm.
Birmingham museum and Art Gallery






Il V Canto dell’Inferno segna un ritorno alla profonda drammaticità del III ed è dedicato ai peccatori carnali, ai traditori, a coloro che hanno lasciato che il desiderio calpestasse la ragione.
Questo tipo di amore, in cui piacere e bellezza prevalgono su valori superiori, è considerato da Dante illegittimo, nonché prima pena dell’Inferno. Tuttavia questo canto non si limita a descrivere  peccati e peccatori, ma parla fondamentalmente di letteratura e, dunque, nasconde anche una natura autobiografica: Dante aveva dedicato parte della sua giovinezza di poeta proprio a questo tipo d’amore, ma ora, più maturo e consapevole, ripensa e rivede il suo passato poetico e dottrinale, gli ideali di comportamento a cui si è attenuto in base alla trattatistica cortese e in base a modelli stilnovisti. Giudica, cioè, il se stesso giovane e le sue amicizie giovanili (tra cui Guido Cavalcanti, al quale, appunto, riserva un posto all’Inferno).
Dopo aver fatto i conti con i Classici, ora Dante si trova a dover fare i conti con i suoi contemporanei, con la letteratura della sua epoca, di natura mondano-erotica, tramandata dall’antichità fino all’Età Cortese.
Dante, ad ogni modo, non fa del V Canto un trattato dottrinale, ma lo divide in due parti simmetriche e di uguale misura: i primi settanta versi (dopo un’introduzione drammatica, in cui figura Minosse) sono dedicati alla descrizione dei peccatori carnali; la seconda parte invece indica coloro che la passione d’amore portò alla morte, spesso una morte violenta. Dopo una terzina di passaggio, viene poi introdotto il primo personaggio infernale con cui Dante dialoga, cioè Francesca da Rimini. Ma giudicando Francesca, Dante giudica parte della sua stessa vita (impersonata soprattutto dalla figura di Cavalcanti), quella caratterizzata dall’innamoramento classico/cortese per la bellezza che l’uomo non è in grado di contrastare, dall’amore come una forza tale che costringe ad amare.

8.03.2012

Giacomo Leopardi - L'infinito

Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo
[1], ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s'annega il pensier mio:
e il naufragar m'è dolce in questo mare.

Un manoscritto autografo di Leopardi.



Composto a Recanati nel 1819, L’infinito è il primo degli idilli, e forse il più conosciuto e celebrato dei Canti[2].
In esso, Leopardi rompe con la tradizione stilistica precedente: questo componimento è un “piccolo idillio”, genere che prima non esisteva, per di più, egli scrive in endecasillabi sciolti, ovvero infrange il rapporto tra metro e sintassi creando un problema di lettura e/o recitazione.
Ma il problema di quando si innova un genere è che questo è un fatto cruciale: prima c’era un metro che garantiva la “patente di poeta” all’autore e quella di “poesia” al testo scritto, ma nel momento in cui questa tradizione viene infranta, chi garantisce che l’autore sta scrivendo una poesia?

7.16.2012

Eugenio Montale - Upupa, ilare uccello calunniato


Upupa, ilare uccello calunniato (poesia di cui non rimane traccia nei manoscritti ma che, pur essendo senza data, può essere fatta risalire al 1924 a causa delle assonanze che la legano a Quasi una fantasia) fa parte della raccolta montaliana – dal forte impianto romanzesco – intitolata Ossi di seppia[1].
Questo volume narra, più o meno sistematicamente, le vicende di un io lirico che, dopo aver assaporato il miracolo (da intendere laicamente come il momento in cui le leggi di natura, interrompendosi, si fanno veicolo di un’accorata ricerca da parte dell’uomo, il quale desidera conoscere la causa, il senso e il fine assoluti della sua nascita e della sua vita) nei Limoni[2], cerca di riviverlo e, per questo, ambisce a farsi ciottolo del mare, ovvero desidera abbandonare ogni traccia d’identità personale per lasciarsi inglobare in un’entità più grande e assoluta.
Tuttavia questo io lirico, collezionando una serie di fallimenti (sempre maggiori) e di ineluttabili[3] ricadute nell’illusione, giungerà infine ad assumere un volto, una veste e un nome: quello di Arsenio[4]. Un’identità definita che, tuttavia, non gli impedirà di continuare a sperare – benché ora sia pienamente cosciente della sua irrealizzabilità – nel miracolo.
Ed è proprio nell’economia di questa trama (specificamente, nel momento in cui ormai il concetto di miracolo sembra essere stato del tutto rimosso) che si inserisce Upupa, ilare uccello calunniato, che, secondo l’interpretazione di T. Arvigo, dovrebbe essere considerata come un’icona attraverso la quale entra in gioco il meccanismo del “tempo sospeso”, che rappresenta la libertà del volere, la personificazione di quel misterioso stato di grazia che, secondo Schopenhauer, fa sì che finalmente – seppure per un attimo – la ruota di Issione si arresti. Icona che, peraltro, precede Sul muro grafito, la lirica che, presentando un’immagine di serenità nel presente e di speranza nel futuro, chiude l’eponima seconda sezione di Ossi di seppia.

TESTO

Upupa[5], ilare uccello calunniato
dai poeti, che roti la tua cresta
sopra l'aereo stollo del pollaio
e come un finto gallo giri al vento;
nunzio primaverile
[6], upupa, come
per te il tempo s'arresta,
non muore più il Febbraio,
come tutto di fuori si protende
al muover del tuo capo,
aligero folletto, e tu lo ignori
.



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