Giuseppe Ungaretti (a destra) nel 1918, dentro una trincea.
Si chiamava
Moammed Sceab
Discendente
di emiri di nomadi
suicida
perché non aveva più
Patria
Amò la Francia
e mutò nome
Fu Marcel
ma non era Francese
e non sapeva più
vivere
nella tenda dei suoi
dove si ascoltava la cantilena
del Corano
gustando un caffè
E non sapeva
sciogliere
il canto
del suo abbandono
L’ho accompagnato
insieme alla padrona dell’albergo
dove abitavamo
a Parigi
dal numero 5 della rue des Carmes
appassito vicolo in discesa
Riposa
nel camposanto d’Ivry
sobborgo che pare
sempre
in una giornata
di una decomposta fiera
E forse io solo
so ancora
che visse
Locvizza il 30 settembre 1916 [1]
La poesia ricorda Moammed Sceab, l’amico libanese di Ungaretti, conosciuto ad Alessandria d’Egitto e con cui il poeta fin da subito instaurò un intenso sodalizio personale, fatto soprattutto di discussioni politiche e letterarie. Come scrive lo stesso Ungaretti: “Era un ragazzo dalle idee chiare e prediligeva Baudelaire. L’altro suo autore era Nietzsche, che lo aveva addirittura soggiogato; io rimanevo fedele a Mallarmé e Leopardi”. Nel 1912 si trasferirono entrambi a Parigi, dove condivisero la difficile condizione dell’emigrato in terra straniera. Moammed si suicida nell’estate del 1913 e questa lirica ne celebra la memoria (come lo stesso titolo sta ad indicare). Riferimenti all’amico compaiono anche in altri testi ungarettiani legati alle varie fasi dell’Allegria, come in Chiaroscuro: “Mi è venuto a ritrovare / il mio compagno arabo / che s’è ucciso l’altra sera”; e nella poesia scritta in francese Roman Cinéma, dove Sceab viene descritto come un re che non poté sopravvivere in Occidente. La poesia In memoria apriva il Porto sepolto fin dall’edizione del 1916, dove fungeva da dedica premessa al volume. Con alcune varianti (intese soprattutto ad accentuare lo stile epigrafico e funerario) passò nella raccolta maggiore a partire dall’edizione del 1919. Qui, all’interno della sezione Il porto sepolto, la poesia In memoria è in rapporto di parallelismo con il testo conclusivo, intitolato Poesia, ugualmente indirizzato ad un amico del poeta, Ettore Serra.












