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6.09.2015
Art through Fashion: the Roman Empire and its founder, Augustus / L'Arte attraverso la Moda: Roma e il suo primo imperatore, Augusto
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10.27.2012
L'Inferno di Dante: il Canto V (parte III)
![]() |
| Edward Charles Hallé - Francesca da Rimini |
Testo (vv.88-142)
“O animal grazïoso e benigno
che visitando vai per l’aere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno,
se fosse amico il re de l’universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi c’ hai pietà del nostro mal perverso.
Di quel che udire e che parlar vi piace,
noi udiremo e parleremo a voi,
mentre che ’l vento, come fa, ci tace.
Siede la terra dove nata fui
su la marina dove ’l Po discende
per aver pace co’ seguaci sui.
Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende.
Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.
Amor condusse noi ad una morte.
Caina attende chi a vita ci spense".
Queste parole da lor ci fuor porte.
Quand’io intesi quell’anime offense,
china’ il viso, e tanto il tenni basso,
fin che ’l poeta mi disse: "Che pense?".
Quando rispuosi, cominciai: "Oh lasso,
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso passo!".
Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,
e cominciai: "Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.
Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,
a che e come concedette amore
che conosceste i dubbiosi disiri?”.
E quella a me: "Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa 'l tuo dottore.
Ma s’a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.
Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.
Per più fïate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.
Quando leggemmo il disïato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante".
Mentre che l'uno spirto questo disse,
l'altro piangëa; sì che di pietade
io venni men così com'io morisse.
E caddi come corpo morto cade.
“O animal grazïoso e benigno
che visitando vai per l’aere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno,
se fosse amico il re de l’universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi c’ hai pietà del nostro mal perverso.
Di quel che udire e che parlar vi piace,
noi udiremo e parleremo a voi,
mentre che ’l vento, come fa, ci tace.
Siede la terra dove nata fui
su la marina dove ’l Po discende
per aver pace co’ seguaci sui.
Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende.
Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.
Amor condusse noi ad una morte.
Caina attende chi a vita ci spense".
Queste parole da lor ci fuor porte.
Quand’io intesi quell’anime offense,
china’ il viso, e tanto il tenni basso,
fin che ’l poeta mi disse: "Che pense?".
Quando rispuosi, cominciai: "Oh lasso,
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso passo!".
Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,
e cominciai: "Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.
Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,
a che e come concedette amore
che conosceste i dubbiosi disiri?”.
E quella a me: "Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa 'l tuo dottore.
Ma s’a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.
Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.
Per più fïate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.
Quando leggemmo il disïato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante".
Mentre che l'uno spirto questo disse,
l'altro piangëa; sì che di pietade
io venni men così com'io morisse.
E caddi come corpo morto cade.
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10.24.2012
Gli scatti di Andrew Yee e i versi di Giovan Battista Marino: il Barocco oggi
Il Barocco, fenomeno culturale non solo italiano ma anche internazionale del XVII sec., rappresentò la più spiccata tendenza all’enfatizzazione dell’aspetto formale dell’Arte, alla ricerca di soluzioni ricche ed estreme, all’indifferenza totale verso i contenuti. Proprio per questo, ciò che riluceva maggiormente nelle opere barocche era la capacità stilistica e la raffinatezza intellettuale dell’autore, che, dal nulla, riusciva a creare opere di grande pregio estetico.
La stessa (combattuta) etimologia del nome ne mette in luce aspetti caratteristici: secondo alcuni, infatti, deriverebbe dal portoghese “barroco” o dal corrispettivo spagnolo “barrueco”, termini che indicano una perla di fattezza irregolare, imperfetta, non sferica. Secondo altri, invece, dal francese “baroque” (ovvero “ineguale, irregolare”). Per altri ancora, dal latino “bis-roca” (pietra storta) o “verruca” (bitorzolo). Infine, alcuni credono che l’origine di questo nome sia da ritrovare nel linguaggio della cultura filosofico-scolastica, dove indica un ragionamento vuoto e tortuoso, logico solo in apparenza.
Quale che sia la sua etimologia, però, il termine Barocco è sempre stato permeato da un alone di negatività: il Settecento lo percepiva come l’emblema del vuoto contenutistico, l’Ottocento vi scorgeva invece una profonda inquietudine e una fin troppo grande capacità di indagare l’animo umano.
Rispetto al Manierismo, che aveva anticipato alcuni motivi e tratti stilistici propri del Barocco, quest’ultimo se ne distaccava per il carattere estroso, spettacolare, volto alla ricerca del meraviglioso e tutt’altro che elitario. Era infatti una commistione di tragicomico ed eroicomico, di wit (ovvero l’inventività negli accostamenti concettuali e l’abilità nel trovare soluzioni formali originali, inaspettate) e acutezza (la capacità interpretativa).
La metafora (di cui Marino fu un vero campione) e la metamorfosi erano i tratti distintivi di molte opere poetiche, a carattere mitologico e artistiche (come dimostra la scultura del Bernini). E anche le modelle Nina Porter, Laura O’Grady, Louisa Facchino-Stack, Mary Ballantyne, Edda Oscars, Kiera, Elenor Hayes e Sam Rollinson hanno fatto propria quest’ultima tecnica di trasformazione, rendendosi splendide statue di marmo davanti all’obiettivo di Andrew Yee per How to spend it Magazine.
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10.18.2012
L'Inferno di Dante: il Canto V (parte II)
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| Paolo e Francesca - Edward Charles Hallé |
Testo (vv.40-87)
E come li stornei
ne portan l’ali
nel freddo tempo, a schiera larga e piena,
così quel fiato li spiriti mali
di qua, di là, di giù, di sù li mena;
nulla speranza li conforta mai,
non che di posa, ma di minor pena.
E come i gru van cantando lor lai,
faccendo in aere di sé lunga riga,
così vid’io venir, traendo guai,
ombre portate da la detta briga;
per ch’i’ dissi: "Maestro, chi son quelle
genti che l’aura nera sì gastiga?".
"La prima di color di cui novelle
tu vuo' saper", mi disse quelli allotta,
"fu imperadrice di molte favelle.
A vizio di lussuria fu sì rotta,
che libito fé licito in sua legge,
per tòrre il biasmo in che era condotta.
Ell’è Semiramìs, di cui si legge
che succedette a Nino e fu sua sposa:
tenne la terra che ’l Soldan corregge.
L’altra è colei che s’ancise amorosa,
e ruppe fede al cener di Sicheo;
poi è Cleopatràs lussurïosa.
Elena vedi, per cui tanto reo
tempo si volse, e vedi ’l grande Achille,
che con amore al fine combatteo.
Vedi Parìs, Tristano"; e più di mille
ombre mostrommi e nominommi a dito,
ch’amor di nostra vita dipartille.
Poscia ch’io ebbi ’l mio dottore udito
nomar le donne antiche e ’ cavalieri,
pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.
I’ cominciai: "Poeta, volontieri
parlerei a quei due che ’nsieme vanno,
e paion sì al vento esser leggeri".
Ed elli a me: "Vedrai quando saranno
più presso a noi; e tu allor li priega
per quello amor che i mena, ed ei verranno".
Sì tosto come il vento a noi li piega,
mossi la voce: "O anime affannate,
venite a noi parlar, s’altri nol niega!".
Quali colombe dal disio chiamate
con l’ali alzate e ferme al dolce nido
vegnon per l’aere, dal voler portate;
cotali uscir de la schiera ov’è Dido,
a noi venendo per l’aere maligno,
sì forte fu l’affettüoso grido.
nel freddo tempo, a schiera larga e piena,
così quel fiato li spiriti mali
di qua, di là, di giù, di sù li mena;
nulla speranza li conforta mai,
non che di posa, ma di minor pena.
E come i gru van cantando lor lai,
faccendo in aere di sé lunga riga,
così vid’io venir, traendo guai,
ombre portate da la detta briga;
per ch’i’ dissi: "Maestro, chi son quelle
genti che l’aura nera sì gastiga?".
"La prima di color di cui novelle
tu vuo' saper", mi disse quelli allotta,
"fu imperadrice di molte favelle.
A vizio di lussuria fu sì rotta,
che libito fé licito in sua legge,
per tòrre il biasmo in che era condotta.
Ell’è Semiramìs, di cui si legge
che succedette a Nino e fu sua sposa:
tenne la terra che ’l Soldan corregge.
L’altra è colei che s’ancise amorosa,
e ruppe fede al cener di Sicheo;
poi è Cleopatràs lussurïosa.
Elena vedi, per cui tanto reo
tempo si volse, e vedi ’l grande Achille,
che con amore al fine combatteo.
Vedi Parìs, Tristano"; e più di mille
ombre mostrommi e nominommi a dito,
ch’amor di nostra vita dipartille.
Poscia ch’io ebbi ’l mio dottore udito
nomar le donne antiche e ’ cavalieri,
pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.
I’ cominciai: "Poeta, volontieri
parlerei a quei due che ’nsieme vanno,
e paion sì al vento esser leggeri".
Ed elli a me: "Vedrai quando saranno
più presso a noi; e tu allor li priega
per quello amor che i mena, ed ei verranno".
Sì tosto come il vento a noi li piega,
mossi la voce: "O anime affannate,
venite a noi parlar, s’altri nol niega!".
Quali colombe dal disio chiamate
con l’ali alzate e ferme al dolce nido
vegnon per l’aere, dal voler portate;
cotali uscir de la schiera ov’è Dido,
a noi venendo per l’aere maligno,
sì forte fu l’affettüoso grido.
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| Paolo e Francesca sorpresi da Giangiotto - Jean-Auguste-Dominique Ingres (1845) |
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10.15.2012
L'Inferno di Dante: il Canto V (parte I)
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| I lussuriosi - William Blake (1824-1827) Pen, inchiostro e acquerello. 374x530mm. Birmingham museum and Art Gallery |
Il V Canto dell’Inferno
segna un ritorno alla profonda drammaticità del III ed è dedicato ai
peccatori carnali, ai traditori, a coloro che hanno lasciato che il desiderio
calpestasse la ragione.
Questo tipo di amore, in cui piacere e bellezza prevalgono
su valori superiori, è considerato da Dante illegittimo, nonché prima pena
dell’Inferno. Tuttavia questo canto non si limita a descrivere peccati e peccatori, ma parla
fondamentalmente di letteratura e, dunque, nasconde anche una natura
autobiografica: Dante aveva dedicato parte della sua giovinezza di poeta
proprio a questo tipo d’amore, ma ora, più maturo e consapevole, ripensa e
rivede il suo passato poetico e dottrinale, gli ideali di comportamento a cui
si è attenuto in base alla trattatistica cortese e in base a modelli
stilnovisti. Giudica, cioè, il se stesso giovane e le sue amicizie giovanili
(tra cui Guido Cavalcanti, al quale, appunto, riserva un posto all’Inferno).
Dopo aver fatto i conti con i Classici, ora Dante si
trova a dover fare i conti con i suoi contemporanei, con la letteratura della
sua epoca, di natura mondano-erotica, tramandata dall’antichità fino all’Età Cortese.
Dante, ad ogni modo, non fa del V Canto un trattato
dottrinale, ma lo divide in due parti simmetriche e di uguale misura: i primi
settanta versi (dopo un’introduzione drammatica, in cui figura Minosse) sono
dedicati alla descrizione dei peccatori carnali; la seconda parte invece indica
coloro che la passione d’amore portò alla morte, spesso una morte violenta. Dopo
una terzina di passaggio, viene poi introdotto il primo personaggio infernale
con cui Dante dialoga, cioè Francesca da Rimini. Ma giudicando Francesca, Dante
giudica parte della sua stessa vita (impersonata soprattutto dalla figura di
Cavalcanti), quella caratterizzata dall’innamoramento classico/cortese per la
bellezza che l’uomo non è in grado di contrastare, dall’amore come una forza
tale che costringe ad amare.
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8.03.2012
Giacomo Leopardi - L'infinito
Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo [1], ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s'annega il pensier mio:
e il naufragar m'è dolce in questo mare.
e questa siepe, che da tanta parte
dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo [1], ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s'annega il pensier mio:
e il naufragar m'è dolce in questo mare.
Un manoscritto autografo di Leopardi.
Composto a Recanati nel 1819, L’infinito è il primo degli idilli, e forse il più conosciuto e celebrato dei Canti[2].
In esso, Leopardi rompe con la tradizione stilistica precedente: questo componimento è un “piccolo idillio”, genere che prima non esisteva, per di più, egli scrive in endecasillabi sciolti, ovvero infrange il rapporto tra metro e sintassi creando un problema di lettura e/o recitazione.Ma il problema di quando si innova un genere è che questo è un fatto cruciale: prima c’era un metro che garantiva la “patente di poeta” all’autore e quella di “poesia” al testo scritto, ma nel momento in cui questa tradizione viene infranta, chi garantisce che l’autore sta scrivendo una poesia?
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7.18.2012
Giuseppe Ungaretti - In memoria
Giuseppe Ungaretti (a destra) nel 1918, dentro una trincea.
Si chiamava
Moammed Sceab
Discendente
di emiri di nomadi
suicida
perché non aveva più
Patria
Amò la Francia
e mutò nome
Fu Marcel
ma non era Francese
e non sapeva più
vivere
nella tenda dei suoi
dove si ascoltava la cantilena
del Corano
gustando un caffè
E non sapeva
sciogliere
il canto
del suo abbandono
L’ho accompagnato
insieme alla padrona dell’albergo
dove abitavamo
a Parigi
dal numero 5 della rue des Carmes
appassito vicolo in discesa
Riposa
nel camposanto d’Ivry
sobborgo che pare
sempre
in una giornata
di una decomposta fiera
E forse io solo
so ancora
che visse
Locvizza il 30 settembre 1916 [1]
La poesia ricorda Moammed Sceab, l’amico libanese di Ungaretti, conosciuto ad Alessandria d’Egitto e con cui il poeta fin da subito instaurò un intenso sodalizio personale, fatto soprattutto di discussioni politiche e letterarie. Come scrive lo stesso Ungaretti: “Era un ragazzo dalle idee chiare e prediligeva Baudelaire. L’altro suo autore era Nietzsche, che lo aveva addirittura soggiogato; io rimanevo fedele a Mallarmé e Leopardi”. Nel 1912 si trasferirono entrambi a Parigi, dove condivisero la difficile condizione dell’emigrato in terra straniera. Moammed si suicida nell’estate del 1913 e questa lirica ne celebra la memoria (come lo stesso titolo sta ad indicare). Riferimenti all’amico compaiono anche in altri testi ungarettiani legati alle varie fasi dell’Allegria, come in Chiaroscuro: “Mi è venuto a ritrovare / il mio compagno arabo / che s’è ucciso l’altra sera”; e nella poesia scritta in francese Roman Cinéma, dove Sceab viene descritto come un re che non poté sopravvivere in Occidente. La poesia In memoria apriva il Porto sepolto fin dall’edizione del 1916, dove fungeva da dedica premessa al volume. Con alcune varianti (intese soprattutto ad accentuare lo stile epigrafico e funerario) passò nella raccolta maggiore a partire dall’edizione del 1919. Qui, all’interno della sezione Il porto sepolto, la poesia In memoria è in rapporto di parallelismo con il testo conclusivo, intitolato Poesia, ugualmente indirizzato ad un amico del poeta, Ettore Serra.
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7.16.2012
Eugenio Montale - Upupa, ilare uccello calunniato
Upupa, ilare uccello calunniato (poesia di cui non rimane traccia nei manoscritti ma che, pur essendo senza data, può essere fatta risalire al 1924 a causa delle assonanze che la legano a Quasi una fantasia) fa parte della raccolta montaliana – dal forte impianto romanzesco – intitolata Ossi di seppia[1].
Questo volume narra, più o meno sistematicamente, le vicende di un io lirico che, dopo aver assaporato il miracolo (da intendere laicamente come il momento in cui le leggi di natura, interrompendosi, si fanno veicolo di un’accorata ricerca da parte dell’uomo, il quale desidera conoscere la causa, il senso e il fine assoluti della sua nascita e della sua vita) nei Limoni[2], cerca di riviverlo e, per questo, ambisce a farsi ciottolo del mare, ovvero desidera abbandonare ogni traccia d’identità personale per lasciarsi inglobare in un’entità più grande e assoluta.
Tuttavia questo io lirico, collezionando una serie di fallimenti (sempre maggiori) e di ineluttabili[3] ricadute nell’illusione, giungerà infine ad assumere un volto, una veste e un nome: quello di Arsenio[4]. Un’identità definita che, tuttavia, non gli impedirà di continuare a sperare – benché ora sia pienamente cosciente della sua irrealizzabilità – nel miracolo.
Ed è proprio nell’economia di questa trama (specificamente, nel momento in cui ormai il concetto di miracolo sembra essere stato del tutto rimosso) che si inserisce Upupa, ilare uccello calunniato, che, secondo l’interpretazione di T. Arvigo, dovrebbe essere considerata come un’icona attraverso la quale entra in gioco il meccanismo del “tempo sospeso”, che rappresenta la libertà del volere, la personificazione di quel misterioso stato di grazia che, secondo Schopenhauer, fa sì che finalmente – seppure per un attimo – la ruota di Issione si arresti. Icona che, peraltro, precede Sul muro grafito, la lirica che, presentando un’immagine di serenità nel presente e di speranza nel futuro, chiude l’eponima seconda sezione di Ossi di seppia.
TESTO
Upupa[5], ilare uccello calunniato
dai poeti, che roti la tua cresta
sopra l'aereo stollo del pollaio
e come un finto gallo giri al vento;
nunzio primaverile[6], upupa, come
per te il tempo s'arresta,
non muore più il Febbraio,
come tutto di fuori si protende
al muover del tuo capo,
aligero folletto, e tu lo ignori.
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6.18.2012
The Divine Invasion on Dazed & Confused
Elza Luijendijk, styled by Robbie Spencer, poses in front of Ben Toms’ lens for Dazed&Confused while her stunning face is surrounded by beautiful butterflies from different species. She’s wearing sculptural and metallic embroidered garments from labels such as Christopher Kane, Haider Ackermann, Yohji Yamamoto (I love that white cotton jacket of the first picture), Chanel and the inevitable – if we are talking about butterflies – Alexander McQueen (pictures no.5 and 6).
If what you’re looking for is breathtaking editorial, you can play it safe choosing butterflies! But why are they so evocative and attractive?
6.13.2012
Francesco in levitazione: tra Sciamanesimo e Cristianesimo
Una veduta della Scarzuola. Foto di Virna Gambini
Appena sotto Montegiove (Montegabbione, TR, in Umbria), seguendo l’indicazione di un cartello stradale non troppo in vista, si lascia la strada statale per proseguire su uno stretto sterrato, lungo il quale si incontrano gli esempi più tipici (ma pur sempre dotati di una bellezza mai banale) del paesaggio italiano: cipressi svettanti e alberi le cui chiome si intrecciano a creare una fresca e piacevole arcata verde, muri di cinta abbandonati e ormai diroccati, piccoli infossamenti del terreno ai lati della strada dovuti all’azione degli agenti atmosferici e leggeri vortici di quella polvere bianca immancabile nelle vie di campagna.
Durante il viaggio si intravede in lontananza la Scarzuola, una screziatura rossastra tra le diverse tonalità di verde. Ma la visione dura solo un brevissimo istante, poiché essa subito viene riassorbita dalle custodi arboree che la schermano.
Al culmine di una breve salita leggermente più ripida dei tratti precedenti, un ampio prato, lasciato crescere selvaggiamente ma addolcito da un tappeto di tenere margherite, si apre poi alla vista, segnalando il raggiungimento della destinazione.
L’antico convento è nascosto da un’austera parete muraria, ma appena si valica la soglia della grande porta lignea, si avverte immediatamente una forte aura mistica (forse perché il primo elemento a fare la sua trionfale comparsa è proprio la chiesa) e la naturale consapevolezza di far parte di un paesaggio totalmente differente da quelli fino ad ora incontrati.
L'entrata della Scarzuola. Foto di Virna Gambini
All’interno della chiesa, si snodano quattro cappelle affrescate (dedicate a San Francesco Stimmatizzato, a San Carlo Borromeo, all’Immacolata e a San Pasquale Baylon) da cui si accede all’antico Oratorio del Nostro Serafico Padre. Infine vi si trova la Cappella dell’Altar Maggiore, in cui è contenuto uno splendido Coro cinquecentesco, dietro il quale è stato rinvenuto uno dei più antichi affreschi su San Francesco in estasi, datato attorno alla metà del XIII sec.
Superati gli edifici principali e quelli minori del convento, i giardini segreti, i sentieri ombrosi e le volte di rampicanti, si apre inaspettato uno spettacolo inedito e mozzafiato: edifici di epoche diverse fusi insieme in un’eleganza atemporale, disegni dorati e scintillanti, un verde diffuso e un grande occhio scrutatore che compongono una città magica.
La città ideale di Tomaso Buzzi, la Scarzuola: troppo piccola per essere reale, troppo grande per essere una riproduzione in miniatura. Ma di lei parlerò solo prossimamente. Chi ci interessa è ora San Francesco d'Assisi.
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1.05.2012
Get this blog started! - Ogni riccio un capriccio!
“Ogni riccio un capriccio” is an Italian saying and it’s referred to curly-headed people: we (yes, I’ve curly hair too) are supposed to have one whim for each curl (even though the link between whims and curls has never been scientifically proven)… That’s why I choose it for the blog’s title: I would like to talk about everything I like, without a specific topic to follow. Actually, there is still going to be a sort of common thread: the Art.
Since I've varied interests, one thing that attracts me the most is the Art of Fashion: not just fashion garments made by famous designers (everybody knows that many of them can create not only clothes, but also sculptural works of art) but also its craftsmanship dimension (that lot of people don’t know or don’t care about). I mean, I really appreciate the work of those who model and craft leather or other materials to create unique pieces without industrial technique and I would like to give prominence to them!
The Art of Good Food (and good restaurants): eating is a tradition or a way of life for Italian people - they are obsessed with food! I live in Umbria (called “Italy’s green heart”), where people worship good cuisine and trust me when I say I’m obsessed with meat, pasta, chocolate and cakes! ;)
Figurative Arts: they always fascinated me and being for 5 years what we call a “Cicerone” (a sort of unpaid tourist guide) helped me a lot to develop my love for Arts!
The Art of Literature, both prose work and poetry.
Make-up Art (I’m still not that skilled yet, but I’m improving myself), Nail Art, the Art of Music, the Art of Photography and every other kind of Art.
Hope you enjoy!
(And excuse me if there are some mistakes! I do love English language but I’m still not that good at it, therefore I welcome any advice that you can give me!)
Virna
Immagine: Versace Atelier 2010
Traduzione:
“Ogni riccio un capriccio”.
Ho scelto questo modo di dire come titolo per il blog non solo perché effettivamente i miei capelli sono ricci, ma anche perché non volevo fossilizzarmi solo su uno specifico argomento o un’unica tipologia di blog: preferisco spaziare, parlando di tutto ciò che mi piace. A dire il vero, però, ci sarà comunque una specie di filo rosso che cercherà di legare i miei post: l’Arte.
Tra i vari interessi che ho, una delle cose che più di tutte mi attrae è l’Arte della Moda: non solo quella dei grandi stilisti, capaci di creare abiti così scultorei ed evocativi da essere definiti di diritto vere e proprie opere d’arte, ma anche la moda artigianale, spesso sconosciuta o trascurata. Apprezzo infatti molto chi, al giorno d’oggi, modella e realizza a mano oggetti unici, senza ricorrere a tecniche industriali.
L’Arte del buon Cibo (e dei buoni ristoranti): mangiare per gli italiani è una tradizione, se non proprio un modo di vivere – sono fissati col cibo! Io abito in Umbria (il “cuore verde” dell’Italia), dove al cibo è riservato un vero e proprio culto, quindi credetemi quando dico che sono letteralmente ossessionata da carne, pasta, cioccolato e torte di qualsivoglia genere! ;)
Le Arti figurative, poi, mi hanno sempre affascinata e aver fatto da Cicerone per 5 anni mi ha aiutato molto a far crescere questa mia passione.
L’Arte della Letteratura, sia in prosa che in poesia.
L’Arte del Make-up (nella quale devo ancora migliorare), la Nail Art, l’Arte della Musica, l’Arte della Fotografia e ogni altro genere di Arte!
Buona lettura!
Virna
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